Metformina e prevenzione del cancro

La metformina – derivata da una pianta selvatica, la Galega officinalis, il cui principio attivo è la galegina, usata fin dal Medioevo per curare il diabete – è un farmaco impiegato da ben 50 anni per curare il diabete, di cui si stanno scoprendo solo oggi le proprietà anti-tumorali ed i meccanismi d’azione.

Nella cura del diabete, la metformina risulta utile in quanto: (1) riduce nel fegato la sintesi di glucosio da proteine e (2) perché aumenta la sensibilità delle cellule all’ormone insulina prodotto dal pancreas, ovvero riduce la cosiddetta “resistenza insulinica”: in altre parole, la metformina facilita il lavoro dell’insulina per fare entrare il glucosio nelle cellule (e permettere il suo conseguente utilizzo come fonte energetica), riducendo così la glicemia e richiedendo meno insulina al pancreas.

Ma, come spiega l’epidemiologo e oncologo Franco Berrino nel suo piacevolissimo libro Il cibo dell’uomo, oggi sappiamo che la metformina esercita anche un effetto anti-tumorale: “numerosi studi – anche se non tutti – hanno evidenziato che i diabetici trattati con metformina si ammalano meno di cancro, in particolare di cancro al seno, rispetto a chi è trattato con altri farmaci”.

Negli ultimi anni, si è capito il meccanismo grazie al quale i diabetici trattati con metformina si ammalano meno di cancro. La metformina attiva un gene chiamato AMPK – il quale normalmente si attiva quando alla “macchina umana” manca il carburante, cosa che ad esempio avviene quando ci si sottopone nella propria dieta a una “restrizione calorica” – che manda quindi segnali al corpo di ridurre il consumo di energia, la sintesi di grassi e proteine e la proliferazione cellulare.

Infatti, il gene attivato dalla metformina, tramite una cascata di passaggi, inibisce l’azione di mTOR, un enzima – scoperto nel 2006 dalla ricercatrice italiana Daniela Cota – che regola la crescita, la proliferazione e la sopravvivenza delle cellule, oltre che la sintesi proteica e la trascrizione. Questo enzima è normalmente attivato dagli amminoacidi, dal glucosio e dall’insulina. La via mTOR viene regolata anche dai fattori di crescita (come il famoso IGF-1, o Insulin-like Growth Factor).

L’enzima mTOR (acronimo di Mammalian Target of Rapamycin, ovvero bersaglio nei mammiferi della rapamicina) ha un ruolo chiave – oltre che nella regolazione del bilancio energetico e del suo peso – non solo nella proliferazione cellulare di tipo fisiologico ma anche nella crescita dei tumori. Viene attivato pure da certi aminoacidi, in particolare dalla leucina, di cui è ricco il latte.

Anche Enzo Soresi – già oncologo clinico presso l’Ospedale Niguarda ed autore del best-seller Il cervello anarchico – che sulla soglia dei suoi 77 anni ha deciso di condividere con il lettore alcuni trucchi per invecchiare bene, nel suo libro Mitocondro mon amour spiega che “un valore di insulina molto basso può essere indotto assumendo della metformina, la cui caratteristica è quella di migliorare la sensibilità dei recettori dell’insulina e quindi abbassarne progressivamente i livelli”.

Egli racconta che una sua amica, ammalata di cancro polmonare in fase di metastasi ossea, era riuscita a sopravvivere particolarmente a lungo grazie a un valore di insulina nel sangue molto basso, dovuto probabilmente a una gastrectomia che gli era stata nel frattempo praticata. E sottolinea, senza tanti giri di parole, che “è proprio l’ormone insulina, finora considerato un semplice marker per il paziente diabetico, il maggiore responsabile coinvolto nella genesi dei tumori”.

Del resto anche in laboratorio, nelle culture in vitro, le cellule tumorali per svilupparsi necessitano di zucchero, insulina e IGF-1. Ed i tumori che più risentono di questa triade sarebbero fra quelli più diffusi: seno, intestino e prostata. Dunque, non dovrebbe affatto stupirvi che il direttore scientifico dell’Istituto dei Tumori si sia all’epoca dichiarato d’accordo con Soresi nell’uso della metformina per abbassare i valori di insulina nei malati oncologici, come ci rivela l’autore del libro.

Inoltre, uno studio quinquennale con gruppo di controllo compiuto proprio dall’ Istituto dei Tumori ha trovato un’incidenza di tumore al seno del 30% inferiore nel gruppo a rischio di donne obese o sovrappeso trattato con la metformina (assunta in compresse da 500 mg per tre volte al giorno) – oltre al fatto che nessuna si era ammalata di diabete e tutte erano in buona salute – rispetto al gruppo a rischio trattato invece con un placebo, ovvero con compresse prive di principi attivi.

E evidente, quindi, il salto di qualità: con questo studio pilota – poi seguito da altri simili fra cui lo studio “MeMeMe” condotto dallo stesso Berrino (la sigla sta per sindrome metabolica, dieta mediterranea e metformina) – la metformina non viene testata su pazienti diabetici, bensì su persone aventi solo un fattore di rischio comune come l’obesità o il sovrappeso (uno dei fattori della cosiddetta sindrome metabolica, o prediabete), ed in un’ottica non terapeutica bensì preventiva.

Non c’è quindi da meravigliarsi che lo stesso Soresi confessi di assumere quotidianamente una compressa di metformina dopo cena, con la quale ha contribuito a portare i suoi valori di insulina da 21 a 5, con l’obiettivo di ridurre il più possibile i “derivati dello zucchero nei tessuti” – noti come AGE (Advanced Glication Endproducts) – in quanto sono questi ultimi, precipitando nei tessuti, a produrre infiammazione, causa prima di tutte le malattie: tumorali, cardiovascolari, infettive, etc.

Infine, come osserva Berrino, “poiché la metformina attiva gli stessi geni e le stesse vie metaboliche della restrizione calorica, è ragionevole ipotizzare che, almeno in parte, l’effetto protettivo della dieta mediterranea o di varie diete ricche di vegetali e povere di cibi animali dipenda dal consumare meno calorie. La dieta mediterranea, infatti, per la sua ricchezza di fibre indigeribili, ha un effetto saziante maggiore rispetto alla dieta occidentale ed ai cibi spazzatura”.

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