Proteine animali e cancro: i numeri del Dr. Campbell

Il Dr. T. Colin Campbell ha studiato per una vita il ruolo dell’alimentazione – e soprattutto delle proteine – nello sviluppo del cancro, anche studiando in laboratorio i dettagli biochimici della formazione del cancro, per capire non solo se ma anche come le proteine potessero favorire il cancro. Le sue scoperte sono state pubblicate dalle principali riviste scientifiche e gli hanno permesso una brillante carriera.

Egli racconta, nel suo best-seller “The China Study”, i rivoluzionari risultati del famoso studio internazionale da cui il libro prende il nome. Rimandiamo quindi senz’altro alla piacevolissima lettura del libro per una trattazione esaustiva dell’argomento. Qui vogliamo sottolineare soltanto alcuni aspetti quantitativi della questione, così come emergono da alcuni punti del libro.

In una prima fase, le ricerche su animali svolte un laboratorio dal gruppo guidato da Campbell – e finanziato per 27 anni da istituzioni fra le più rinomate a livello medico-scientifico, compresi Istituti Nazionali di Sanità, tanto per intenderci – hanno scoperto che “le diete a basso contenuto di proteine inibivano, nei topi, la formazione del cancro da parte di un potente cancerogeno come l’aflatossina, indipendentemente da quanto ne venisse somministrato agli animali”.

Inoltre, come spiega Campbell nel suo libro, “una volta completata la formazione del cancro, le diete a basso contenuto proteico bloccavano sensibilmente anche la successiva crescita del tumore”. In altre parole, le proteine alimentari apparivano così potenti da attivare e bloccare gli effetti di un potente cancerogeno, a seconda del loro livello di assunzione.

Le domande successive che il gruppo di ricerca verosimilmente si pose erano: con quali meccanismi l’assunzione di proteine influiva sulla fase iniziale del cancro? Quali proteine erano più importanti nel favorire il cancro? Quali erano i livelli di soglia di assunzione “critici” delle proteine (che si fossero rivelate “pericolose”) perché queste favorissero lo sviluppo del cancro?

Infatti, secondo un precedente studio indiano citato nell’introduzione del libro, era risultato che i ratti di laboratorio cui veniva somministrata l’aflatossina presentavano tutti un cancro al fegato se sottoposti a una dieta composta per il 20% da proteine, mentre nessuno di quelli la cui alimentazione era composta per il 5% da proteine si era ammalato di tumore. Un risultato sorprendente.

Il gruppo di Campbell scopre, così, con una serie di importanti studi sperimentali effettuati su animali di laboratorio, innanzitutto che le diete a basso contenuto proteico, riducendo l’attività enzimatica diminuivano la probabilità produrre metaboliti potenzialmente mutageni e riducevano altri meccanismi necessari per l’iniziazione tumorale, cioè per creare i “semi” del cancro.

Poi scopre che lo sviluppo dei foci (grappoli di cellule precursori che crescono fino a trasformarsi in tumori) dipendeva quasi completamente dalla quantità di proteine consumate, indipendentemente dalla dose del potente cancerogeno (aflatossina) somministrato: i foci (ed, in esperimenti fatti in seguito, anche i tumori completi) crescevano rapidamente con la dieta con il 20% di proteine e assai poco (35-40% in meno) con una dieta con il 5%, e il loro sviluppo dipendeva molto di più dalla percentuale di proteine presenti nella dieta che dal grado di esposizione al carcinogeno.

Nei ratti, lo sviluppo dei foci aumentava rapidamente ogni volta che il livello di proteine della dieta veniva aumentato (arbitrariamente) al 20%, suggerendo che anche nell’uomo “un piccolo cancro latente possa essere ‘risvegliato’ tempo dopo da una cattiva alimentazione”. Gli esperimenti mostrarono che i foci praticamente non si sviluppavano “fino a circa il 10% di proteine nella dieta, mentre oltre il 10% il loro sviluppo aumentava di pari passo con l’aumento della percentuale di proteine”.

In pratica, il tumore si sviluppava quando i topolini sfioravano o superavano il fabbisogno di proteine – pari al 12% – necessario per soddisfare il loro tasso di crescita corporea, un livello che è simile negli esseri umani adulti (infatti, secondo la cosiddetta “Dose giornaliera raccomandata” di proteine, noi esseri umani dovremmo ricavare da esse circa il 10% della nostra energia, cioè delle calorie), donde la straordinaria importanza di tali risultati anche dal punto di vista quantitativo.

Infine, Campbell – che fino a quel momento nei suoi esperimenti aveva usato la caseina come proteina – scoprì che non tutte le proteine favoriscono sempre e in grande misura il cancro: “La caseina, che costituisce l’87% delle proteine del latte vaccino, favoriva tutti gli stadi del processo tumorale. [..] Le proteine vegetali, testate nello stesso modo, non avevano il medesimo effetto della caseina sulla promozione del cancro”. E, soprattutto, “le proteine vegetali (ad es. frumento e soia) non promuovevano la crescita del cancro anche se assunte in dosi elevate”.

Il “China Study” – uno studio osservazionale ed epidemiologico trentennale che ha esaminato dieta, stile di vita e un’ampia gamma di malattie nella Cina rurale – giunse alla medesima conclusione, ma per gli esseri umani: “i soggetti che si nutrivano in prevalenza di cibi di origine animale erano quelli che si ammalavano delle patologie più croniche (non solo cancro, ndr) perfino con assunzioni relativamente ridotte. Le persone che mangiavano le maggiori quantità di cibi vegetali erano le più sane”.

Per quanto riguarda il cancro, ciò non stupisce alla luce dei risultati precedenti delle ricerche di laboratorio sugli animali. L’americano medio, osserva Campbell, ricava il 15-16% dell’apporto calorico totale dalle proteine (pari a circa 70-100 gr di proteine al giorno, a seconda del peso corporeo e dell’assunzione totale di calorie), e almeno l’80% di questa percentuale (quindi almeno il 12% dell’apporto calorico totale) deriva da cibi di origine animale, il che lo mette a rischio di ammalarsi di cancro.

Nella Cina rurale esaminata dal China Study, invece, emerge che solo il 9-10% delle calorie totali proviene dalle proteine, e solo il 10% delle proteine proviene da cibi di origine animale. Inoltre, per un uomo americano adulto del peso di 77 kg, l’apporto calorico giornaliero è pari a circa 2.400 kcal, mentre per un uomo adulto della Cina rurale dello stesso peso l’apporto calorico corrisponde a circa 3.000 kcal: dunque molto più alto, ma a fronte di molti meno cibi (e quindi proteine e grassi) di origine animale e di una quantità maggiore di fibre e notevolmente maggiore di ferro.

Queste importanti differenze nutrizionali fra la dieta americana e quella cinese spiegano, secondo Campbell, sia i risultati osservati negli esperimenti sugli animali illustrati in precedenza sia il perché negli Stati Uniti si muoia presto per le cosiddette “malattie del benessere”, legate alla sovralimentazione – cancro, diabete, cardiopatie, etc. – e invece nella Cina rurale si muoia più tardi, e più per “malattie della povertà”: polmonite, occlusione intestinale, tubercolosi, malattie parassitarie, etc. Oltre a spiegare perché i cinesi sono molto più magri degli americani, a parità di calorie totali assunte.

Per quanto riguarda in particolare il cancro e la sua possibilità di prevenzione con la dieta, tutto ciò è interpretato dal Dr. Campbell, con il seguente modello: “lo sviluppo del cancro prospera quando i promotori sono più numerosi degli antipromotori, mentre quando prevalgono questi ultimi la crescita del cancro subisce un rallentamento o un arresto”. I promotori sarebbero, in pratica, le proteine animali e gli antipromotori quelle vegetali. E, soprattutto, nelle prime fasi – cioè prima che si inizia a creare una massa tumorale clinicamente visibile – il processo è reversibile.

Dunque, la ricetta del Dr. Campbell per godere di buona salute è molto semplice: si basa sul tener conto dei molteplici benefici del consumo di cibi di origine vegetale e dei largamente sottovalutati rischi del consumo di cibi di origine animale, compresi tutti i tipi di carne, latticini e uova. In pratica, occorrerebbe quanto meno seguire una dieta di “tipo cinese” (cioè con un apporto calorico delle proteine non superiore al 9-10% di quello totale della dieta, e con il 90% di quest’apporto calorico proteico fornito da proteine vegetali) o, meglio ancora, vegana, come quella seguita dallo stesso Dr. Campbell.

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